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Prefazione a Le dodici malattie del cielo di Riccardo Dri.


 

Letto in riferimento alla separatezza assoluta che la nostra cultura, animata ora più ora meno da escatologiche ambizioni, ha posto fra il cielo e la terra, il titolo di questo libro risulta indubitabilmente fuorviante. Inoltre, il tema del cielo potrebbe far sospettare che la discussione verta su sottili quanto inafferrabili volute concettuali intorno a temi evanescenti di squisita fruizione di pochi.

Non è così.

Anzitutto, solo superando le artificiali (artificiose) distinzioni ed incomunicabilità fra terre e cieli (dove il termine `cielo' rimanda, di volta in volta, a ciò che è altro, ulteriore, trascendente, imperscrutabile), e guadagnando una (ri)composizione dell'orizzonte esistenziale entro il quale l'individuo umano concreto si trova a vivere ed operare - un orizzonte così nuovamente reso `umano', si potrebbe dire -, il cielo cessa finalmente di sfuggire al discorso umano per tornare ad essere - assai più umilmente, se si vuole - orizzonte superiore pertinente la sfera della vita vissuta.

Si deve aggiungere poi che il tema di questo libro è concretissimo. Ricercando nella (e ripercorrendo la) storia del pensiero occidentale, esso ricostruisce e ripercorre le tappe teoriche fondamentali attraverso le quali hanno preso forma alcuni degli ingredienti concettuali del disagio diffuso che affligge il vivere e l'agire quotidiani della quasi totalità delle persone. Questo disagio - segno di una vera e propria condizione di malattia - respira, per un verso, nella sempre maggiore labilità e contro-intuitività del senso di ciò che si è e di ciò che si fa e, per altro verso, nel sentimento di angoscia che accompagna invariabilmente la scoraggiante ricerca personale di esso.

Al di là delle retoriche tanto facilmente esibite dai moderni venditori di certezze - pensiamo a quanto avviene in zone di frontiera della filosofia quali la bioetica, dove il dibattito avvizzisce spesso o sul rifiuto di ogni riferimento a questioni di senso, intese di principio vuote o ingenue, oppure, all'opposto, sul ricorso alla retorica di un senso univocamente definito ma tutt'altro che universalmente condiviso come passpartout per la risoluzione di tutte le controversie etiche - il senso tende infatti sempre più a scivolare, a ritrarsi, a contrarsi, a nascondersi dietro la proceduralità fredda e incalzante del progredire tecnicamente declinato.

Pur nel rigore della forma, le pagine che seguono si offrono con la freschezza di una pièce teatrale la cui trama è resa vivida dal contrappuntarsi, attraverso il tempo, del discorso dei maestri del pensiero occidentale. Lungi dall'obbedire alla logica asfittica dell'autocompiacimento del teoretico, la ricerca del filosofo è infatti costituzionalmente dialogo - e dialogo volto alla formulazione delle (prima ancora che alla soluzione alle) domande che assillano l'animo umano.

Così inquadrata, la riflessione filosofica perde immediatamente il sapore acre dell'astrattezza per tornare a parlare a tutti indistintamente. Da dominio d'élite, allora, la filosofia ridiscende alla polis. E il suo fluttuare diventa politica d(e)i concetti.



Alberto Asero

(giornalista e bioeticista)


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