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Intervista all'autore della Redazione di "Libri da leggere"

 

L'intervista:

 

Cos'è la filosofia per te?

Davvero lunga storia. All'inizio, 13-14 anni, mi è capitato per caso di comprare da una bancarella quattro volumi della "Storia della filosofia" di Bertrand Russel. Non so spiegare quale impulso mi abbia spinto, forse il fatto che di filosofia non sapevo assolutamente nulla (come adesso, d’altra parte, ma è un altro genere di ignoranza). Mi sono creato delle basi da cui è partito un percorso, una disponibilità all’ascolto e alla discussione, innanzitutto con me stesso. Ho capito, cioè, che la filosofia non sta nell’erudizione, ma nella vita. Nel libro ho parlato abbastanza diffusamente dell’avversione di Platone e Nietzsche per l’erudizione. Nietzsche scrive: “E in generale non mi sembra così importante, come invece oggi si crede, che riguardo ad un qualsiasi filosofo si debba indagare con esattezza e si debba portare alla luce ciò che veramente ha insegnato: una tale conoscenza, per lo meno, non è adatta per uomini che cercano una filosofia per la loro vita, e non già una nuova erudizione per la loro memoria” (Nietzsche F., Frammenti postumi 1869-1874, 34 (13).). Platone fa eco: “il filosofare è ben lungi dal consistere nell’erudizione e nell’occuparsi delle arti” (Amanti 139a). Per loro, e per me, la filosofia è “una filosofia per la mia vita”. La biografia e la filosofia sono la stessa cosa. Vivere filosoficamente significa mettere in discussione ogni cosa, cercare quale sia il suo significato, comprendere la sua genealogia. Nel libro do spazio al celebre motto greco “Conosci te stesso”, che in Platone compare in moltissimi passi (Fileb. 48c 10; Alc. Magg. 124a 8; Ippia 228e 2; Carm. 164e 7, 165a 4; Prot. 343b 3). A questa espressione Nietzsche dedica un aforisma intitolato Tutta la scienza è “conosci te stesso”, e qui scrive: “Soltanto alla fine della conoscenza di tutte le cose l’uomo avrà conosciuto se stesso. Giacché le cose sono solo i limiti dell’uomo.” (Aurora, I, § 48). Possiamo tralasciare di conoscere questo e quello, l’unico oggetto da e del conoscere siamo noi. In sintesi: la filosofia è per me l’unica strada per conoscere se stessi,  strada che non ha un punto di arrivo, ma il fine è raggiunto nel suo percorrerla. Non si tratta di cercare risposte, ma, proprio al contrario, di sostare sulla domanda. In questo modo l’esistenza e la filosofia diventano la stessa cosa.

Come nasce il desiderio di studiare la filosofia? Consiglieresti ad un giovane di intraprendere studi di filosofia nell'epoca consumistica in cui viviamo?

Proprio nell’epoca del consumismo la filosofia diventa indispensabile. L’apparato scientifico-tecnologico che ha generato il consumismo ci dice di cosa possiamo disporre, e di conseguenza di quali oggetti possiamo circondarci. Nel fare il suo mestiere, l’Apparato ha perfettamente ragione. Produrre e consumare non è niente di demoniaco: noi umani abbiamo sempre prodotto e consumato, non fosse altro perché diversamente non ci saremmo mantenuti in vita per più di 5 minuti. Il problema è che il tempo di produzione e di consumo è stato vertiginosamente accelerato. Di conseguenza non c’è più tempo per le condizioni dell’anima, che resta indietro perché, in questo processo, essa non è dotata del tempo contratto della produzione: essa richiede riflessione, rimuginamento, interiorizzazione, riapplicazione alle cose delle condizioni che le hanno messe in atto, sguardo prospettico in base alle esperienze del passato. Lo stato psichico è soppresso se il tempo della produzione è più veloce del tempo necessario alla psiche di comprendere. L’anima vuole tempo. Pensiero, riflessione, considerazione di sé sono sostituiti da fare. Si tratta, per di più, di un fare “afinalizzato”, che non restituisce il senso delle nostre azioni. Manipoliamo oggetti che non ci riguardano minimamente, che non hanno nulla a che fare con noi, che non ci interessano (e non devono interessarci, nel mondo oggettivo in cui viviamo!). Quindi un fare in vista dell’efficienza, della produzione, che ci rende funzionari di un apparato di cui ignoriamo anche i fini, e di cui siamo esautorati dal cercare fini (visto che scopriremmo che non ci sono). Quindi noi, se si preferisce con termine più poetico “la nostra anima”, siamo considerati necessariamente qualcosa di “perturbante” rispetto alla regolarità degli apparati (produttivi, scientifici, tecnici). Tutto deve essere oggettivo, deve riguardare gli oggetti, e del nostro sé, del soggetto, ne è nulla. Noi dobbiamo vivere senza anima, se vogliamo avere diritto all’esistenza nel mondo della produzione.

Sì, consiglierei di studiare filosofia ad un giovane che si approssima a fare scelte di vita, perché è meglio pensare e sapere piuttosto che non sapere e non pensare. La filosofia oggi costituisce il massimo antidoto alla soppressione della mente a cui tende ogni apparato produttivo. Se siamo o diventiamo, o vogliamo diventare filosofi, rappresentiamo il massimo pericolo per qualunque potere (economico, politico, scientifico, ecc.) perché finiamo per smascherarlo, metterlo in discussione, e alla fine (con un po’ di fortuna) disarmarlo. Per questo i filosofi non sono ben visti, e se sembra che essi abbiano molta considerazione, è solo perché nelle cattedre finiscono solo filosofi innocui al potere, asserviti alle logiche protezionistiche e clientelari (è risaputo che i concorsi per le cattedre sono generalmente truccati, almeno in Italia, e questo non stupisce nessuno).

 

Come è nata l'idea di scrivere "Nietzsche legge Platone"?

A scuola ci hanno insegnato che Platone e Nietzsche sono due nemici. Uno inizia la metafisica, l’altro la distrugge (più nemici di così?). Dieci anni fa è uscito il libro di Nietzsche “Introduzione ai dialoghi platonici”, il corso che Nietzsche ha tenuto a Basilea nei semestri 1871-72 e 1873-74 e nel semestre estivo del 1876. Questo testo ha cambiato radicalmente la prospettiva.

Prendiamo un esempio paradigmatico: la teoria delle Idee. Nietzsche scrive: “Proprio nel recalcitrare  dell’evidenza sensibile consisteva l’incantesimo del modo platonico di pensare, il quale era un modo di pensare aristocratico” (Nietzsche F., Al di là del bene e del male, § 14), era cioè “qualcosa di stupefacente, una inestimabile preparazione all’idealismo kantiano. Con ogni mezzo, anche quello del mito, viene qui insegnato il giusto contrasto tra cosa in sé e apparenza, con cui inizia ogni filosofia profonda” (Nietzsche F., Einführung in das Studium der platonischen Dialoge, ed.it. Plato amicus sed. Introduzione ai dialoghi platonici, Boringhieri, Torino, 1991, pag. 39-40.) Nietzsche conclude: “Il filologo deve perciò studiare filosofia, per sua intima necessità. Qui gli sarà utilissima l’unione di Platone e Kant. Egli deve dapprima farsi convincere dall’idealismo e correggere le sue concezioni ingenue della realtà: acquisita questa fondamentale comprensione, egli avrà il coraggio per grandi considerazioni e non si spaventerà degli apparenti paradossi: il senso comune non potrà più imporsi a lui. Egli deve avere ora il coraggio di cercare da solo la sua vita.” (Nietzsche F., Encyclopädie der klassischen Philologie, Gruyter, II, 3, Vorlesungaufzeichnungen (SS 1870-1871), Berlin-New York 1993 pag. 372).

Nietzsche consiglia ai giovani di leggere Platone: “Tento di essere utile – scrive Nietzsche – a coloro che meritano di venir introdotti per tempo, e seriamente, nello studio della filosofia. Tanto se questo tentativo è riuscito, quanto se non lo è, io so tuttavia anche troppo che esso è superabile, e nulla desidero di più, per il bene di quella filosofia, che di essere imitato e superato. Vi sono buone ragioni per consigliare a quei giovani non già di affidarsi alla guida di casuali ed accademici filosofi di mestiere, bensì di leggere Platone” (Nietzsche F., Frammenti postumi 1869-1874, 19 (211).). Anche altrove Nietzsche lo considera “a buon diritto […] la vera guida filosofica della gioventù” (Introduzione ai dialoghi platonici, cit., pag. 40). È ancora possibile dire che Nietzsche e Platone sono nemici?

Ho scritto questo libro perché mi sembrava necessario raddrizzare l’opinione purtroppo molto diffusa che nel testo ho confutato passo a passo, mostrando tutti i testi in cui i due filosofi sono stati confrontati.

 

Hai pubblicato anche altri libri. Come e quando hai cominciato a scrivere?

Almeno poco dopo la laurea ma, come tutti quelli che scrivono, ho tenuto questi fogli nel cassetto. Poi, molto tardi rispetto a quando il testo era stato scritto, è capitata una fortuita occasione e sono stato presentato alla prima casa editrice, che ha avuto fiducia in me e che anzi ha considerato il libro molto interessante. Si tratta di “Le dodici malattie del cielo”, uno sguardo critico della storia della filosofia a partire dai “veri” motivi che hanno generato il suo dipanarsi in gangli nevralgici e attraverso i quali è stato prodotto il mondo così come noi lo conosciamo.

Ho cominciato a scrivere quasi per gioco, d’altra parte è un gioco qualunque cosa facciamo, un eterno e innocente fare e disfare. Certo ho prestato molta attenzione ad una cosa in particolare (e qui vengo al “come”), cioè riuscire a trasmettere davvero qualcosa, e non un “qualcosa” qualsiasi, ma qualcosa di perturbante. I miei scritti sono una scuola critica, vogliono scuotere (forse c’è una parentela tra ex-cutere, o ex-quatere, sanscrito sku- skiu-, mettere in movimento, skolè, ozio riposo), cioè scuotere dal movimento frenetico del mondo del fare e del produrre per portarci a quel riposo in cui l’anima ha ancora diritto di cittadinanza, ne parlavamo prima.

 

Hai avuto qualche difficoltà per la pubblicazione dei tuoi libri?

Le normali difficoltà che incontra chiunque decide di pubblicare un testo. Se si allude al fatto che gli editori prediligono grandi nomi per garantirsi sicure vendite (anche qui il mondo della produzione riaffiora) certo che si devono battere molte porte. Il libro, al di là di ogni considerazione romantica, è anche un oggetto che si produce e che si vende. Unica differenza con gli altri oggetti è che non si consuma: si conserva!

 

Hai in mente il tuo prossimo libro?

Si. Ci sono già un centinaio di pagine già pronte. Posso dare un’anteprima in poche parole. Si tratta di un commento filosofico all’Orestea di Eschilo. Cosa voglio sapere da questo tragico greco? Sto cercando di interrogarlo per conoscere, e se possibile far conoscere, il significato della sua opera. Detto così il programma è alquanto pretenzioso, ed è ovvio che non riuscirò a farlo.

Il testo tenta di accostarsi a questo personaggio temporalmente e concettualmente così lontano (525-456 a.C.), non già a comprenderlo. Tuttavia, pur con la circospezione necessaria nel calcare il campo di un mondo così complesso come quello greco e arcaico, ho per ora enucleato due fuochi che vanno ridiscussi: il rapporto tra dolore e conoscenza e il rapporto tra vendetta e giustizia.

Facciamo un esempio (scelgo Euripide e non Eschilo perché in questi versi è più crudo e immediato): Medea dice: “Io non ho forza di più guardarvi, e son vinta dai mali. Intendo ben che scempio son per compiere; ma più che il senno può la passione (thymòs), che di gran mali pei mortali è causa” (Medea vv. 1078-1080).

Soppesiamo attentamente le parole: So bene che sto commettendo una scelleratezza, ma la passione mi travolge e non riesco più a ragionare. Ed ora, per una immediata comprensione, apriamo il giornale di oggi, e nella pagina della cronaca troveremo: “Uccide moglie e figlioletta di 1 anno e poi si butta dalla finestra”, oppure, “Uccide la fidanzata che lo aveva respinto con 30 coltellate, poi si consegna ai carabinieri”, oppure “Tragedia nel vercellese. Uccide la moglie con un ferro da stiro, poi si impicca”, e infinite altre. Questi titoli ci sono assai più familiari di Eschilo. Li ho citati (da giornali veri) proprio perché sono molto vicini alla nostra realtà quotidiana (purtroppo).

Adesso è più facile capire cos’è la tragedia, e non è più così lontana.

 

Qual è l'ultimo libro che hai letto?

Ho letto “Il nuovo sigillo. Trasformazione e manipolazione della vita”, di Bianca Mariano.