Saggio introduttivo

di Barbara Botter

 

Dolore, paura, speranza

Potremmo eleggere questi tre sostantivi come termini

chiave per l’affascinante saggio di Riccardo Dri, il quale

accompagna mirabilmente il lettore attraverso l’esperienza

tragica del dolore nella Grecia classica fino alle porte di

Gerusalemme, dove rimane accesa la speranza di un possibile

riscatto.

In questo testo l’autore riesce abilmente a trovare, senza

nascondere né ignorare la radicale differenza di significato,

una mediazione tra due mondi lontani, che nell’interpretazione

tradizionale sono sempre stati presentati come

due universi monadici e incomunicabili: l’Atene dei poeti

tragici e la Gerusalemme del testo biblico. Da una parte ogni

azione umana è soggetta alla catena causale necessaria del

Destino cieco e inesorabile; dall’altra ogni atto è dominato

dalla speranza, nutrita naturalmente da ogni uomo, di riuscire

vincitore nella sfida con Dio.

L’abilità dell’autore è stata quella di saper accostare con

maestria due prospettive morali, religiose, metafisiche e,

prima di tutto, ontologiche di primo acchito incompatibili, le

quali corrono lungo due traiettorie poste su due piani differenti

e parallele e che, proprio per questa ragione, sembrano

non potersi incontrare in alcun punto spaziale o

temporale.

I fenomeni e le azioni umane nella Grecia di Eschilo sono

determinate dalla necessità assoluta, secondo la quale ogni

evento attuale è frutto di una causa che lo precede e che lo

determina inesorabilmente. I fenomeni e le azioni umane

nella Gerusalemme del mondo biblico sono proiettate verso

un fine che si manifesterà nel futuro, ossia fanno riferimento

ad una escatologia che lascia aperte le porte alla speranza.

Da una parte il necessario, dall’altra il fine, l’in vista di; da

una parte il passato indelebile, dall’altra il futuro ancora

indeterminato; da una parte l’inesorabile, dall’altra il

possibile; da una parte l’uomo costretto a cedere le armi di

fronte alla potenza assoluta del Destino; dall’altra l’uomo che

erge coraggiosamente il capo di fronte a Dio e si sforza di

riscattare la propria dignità riponendo le sue proprie

aspettative nella speranza.

Con tutto ciò, l’autore riesce ancora a sorprenderci. A fare

da cerniera a questi due universi, per tradizione, incompatibili

egli sceglie una figura enigmatica: Giobbe.

Il testo di Giobbe è quello che meglio simbolizza una delle

tre parole chiave che abbiamo scelto a rappresentare il presente

saggio: il dolore. L’originalità del dolore di Giobbe è

dovuta al fatto che esso differisce dal dolore “naturale” e

ineliminabile dei tragici e dal dolore dovuto alla punizione

divina in seguito ad un atto macchiato di peccato, creato dal

Cristianesimo.

Il dolore di Giobbe è un dolore gratuito e inspiegabile,

senza una causa necessaria che lo determini e senza un fine

che lo possa riscattare. Questa situazione ben raffigura “l’insostenibile

leggerezza del dolore”, una leggerezza tale da renderlo

insopportabile, perchè senza ragione. Solo la ragione

che dà senso, solo il significato e la reale, o illusoria, razionalità

di ciò che accade rendono sopportabile anche il dolore

perché, dando senso al dolore, gli attribuiscono un peso.

Non è così per il dolore di Giobbe. Solo la ragione è capace

di dare un senso e perciò un peso all’essere e alla vita degli

esseri umani, e in questo modo consente loro di nutrire l’illusione

di una vita felice e retta perché razionale, ossia dotata

di un senso, di una direzione di cui l’uomo si sente responsabile.

Al contrario, un dolore senza responsabilità

schiaccia qualsiasi uomo.

Questi sono i misteriosi labirinti in cui l’accattivante, ben

documentato e ben argomentato saggio di Riccardo Dri ci

incammina con la promessa di indicarci la via di uscita.

Barbara Botter

 





ESCHILO E GIOBBE

(Il dolore umano tra necessario e possibile)

“Tremenda cosa è il sapere, quando manca il modo di decidere del suo compimento.” Edipo Re (316-317)


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In libreria da gennaio 2008


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