ISBN-10:  88-7564-326-1      (8875643261)

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pagg. 394


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Con il nostro studio ci proponiamo di esaminare, all’interno dei trattati biologici di Aristotele, differenti nozioni di necessità, in particolare la necessità legata principalmente alle cause materiali-efficienti, ossia alla relazione di necessità che intercorre tra una causa materiale o efficiente e i suoi effetti; e la nozione di necessità condizionale o ipotetica, più intimamente legata alle cause finale e  formale.

 

 

Dall’esame dei differenti tipi di necessità è emersa la presenza, all’interno del Corpus zoologicum, di due costanti che abbiamo chiamato “Legge di compensazione” e “Principio di specializzazione”.  

Il “Principio di specializzazione” è l’arciere che mira al  giusto mezzo nella scala gerarchica sulla quale si regge la Legge di compensazione.

La Legge di compensazione ci ha permesso di mostrare come necessità e fine siano sempre presenti e disposti secondo una scala gerarchica, perciò dove l’uno prevale, l’altro scema, ma non scompare. Un ente e ogni parte di esso sono determinati sia dalla necessità, ossia, in generale, dalle leggi meccaniche e chimiche proprie della materia, sia dal fine e dalla forma del tutto che le parti contribuiscono a formare.

Il cosiddetto Principio di specializzazione conferma un elemento importante nella filosofia aristotelica, ossia il primato della forma: solo la struttura d’insieme, quindi il fine di ogni ente naturale,  permette di capire le parti, ma il principio di compensazione non permette che il fine, goda del monopolio indiscusso. Esso viene compensato dalla necessità, perciò la perfezione generale dell’universo nel mondo sublunare deve costantemente combattere e togliere terreno alle imperfezioni e alle approssimazioni determinate dalla necessità. La necessità propria della materia e dei suoi movimenti ha mantenuto, per Aristotele, una importanza talvolta maggiore di quanta gli studiosi siano stati disposti a prestarle, affascinati dal volto brillante e prorompente del finalismo.

A nostro avviso, il progresso metafisico di Aristotele rispetto ai filosofi precedenti non consiste tanto nell’aver riconosciuto la presenza del finalismo, del resto già nota al Timeo platonico, bensì nell’aver esteso la dottrina del “giusto mezzo” a tutti gli ambiti della ricerca scientifica senza limitazione ai fini etici.

Dal nostro esame è emerso come, all’interno del contesto biologico, il contrasto tra materia e forma, necessità e fine, cause materiali-efficienti e cause formali-finali sia una pura astrazione. Nell’ambito della biologia né la materia alla base, né la forma all’apice possono esistere indipendentemente l’una dall’altra, né dall’oggetto che esse costituiscono. Siamo persuasi del fatto  che, per Aristotele, tutte le componenti di un organismo si collocano in qualche modo all’interno di una scala delimitata all’apice dalla forma-fine e alla base dalla materia; ma ciò che ci è parso importante sottolineare è che in qualunque posizione si trovi l’ente da esaminare, o una sua parte da spiegare o un processo da descrivere, ognuno di essi è ancora determinato da entrambe le condizioni.

La dottrina aristotelica rifiuta due posizioni estreme: da una parte, la riduzione di ogni spiegazione biologica alla necessità assoluta, ossia ad una spiegazione meccanica; dall’altra, l’assunzione di una necessità ipotetica universale, ossia di una perfezione totale nell’universo o, per restare all’interno del regno dei viventi, la perfezione di una totalità cui ogni specie apporta il proprio contributo. Il vero orizzonte della biologia aristotelica resta la specie animale e non il regno dei viventi.   

L’affermazione può suonare banale ma, a nostro avviso, il vero sta nel mezzo. Le componenti elementari non possono operare contro le leggi necessitate e meccaniche della materia, ma non operano in virtù di queste proprietà: è il movimento determinato dal fine che le fa agire e non il fatto stesso che esse obbediscano a leggi necessarie.

In quanto sostenitore di questo delicato equilibrio, crediamo che Aristotele sia stato uno straordinario precursore di alcune teorie scientifiche che si svilupparono solo in anni recenti nell’ambito della biologia e, in generale, della scienza naturale.

Probabilmente Aristotele era stato ispirato da Platone nella ricerca di un concetto che legasse fine e necessità. Si tratta infatti di un problema analogo a quello che domina il Timeo platonico, ma nell’atto stesso con cui Aristotele raccoglie l’eredità platonica e la modella in un modo tale da renderla funzionale agli scopi della propria ricerca, egli trasforma una aporia arcaica in un problema moderno e prospetta una soluzione che gli studiosi contemporanei sono restii a cassare del tutto.

Quando Aristotele si pone il problema del rapporto fra fine e necessità e  fornisce il modello della necessità ipotetica, egli sta in realtà cercando di risolvere il medesimo problema che i ricercatori contemporanei hanno risolto fornendo il modello del codice genetico. La difficoltà cui il modello del codice genetico offre una possibile soluzione è quella relativa alla comprensione di come i processi necessari possano portare a conseguenze teleologiche. Allo stesso modo il problema di Aristotele consiste nel capire come la necessità rimanga attiva all’interno di un processo diretto ad un fine. Né si deve credere che il fine controlli lo sviluppo come causa retroattiva. Piuttosto si deve pensare che negli animali è incluso una specie di codice genetico rappresentato da una sorta di impulsi, che potremmo immaginare simili a dei movimenti ondulatori. Grazie a questi impulsi genetici la forma del genitore sarà trasportata dallo sperma nel sangue mestruale della femmina e da qui direttamente all’embrione. Il catalizzatore degli impulsi nel sangue è un elemento fisico, il calore vitale.

Aristotele e i ricercatori moderni si sono trovati, in qualche modo, di fronte ad un problema analogo: immaginare come le leggi di natura siano finalizzate e rimangano ad un tempo necessarie, ossia come alcuni processi teleologici possano di fatto essere intesi come effetti necessari. Con l’affermazione che i moti degli elementi hanno la loro propria natura necessaria, ma sono ad un tempo asserviti all’essenza dell’organismo, Aristotele rinvia all’idea che la necessità sia sottoposta a controllo e a selezione verso un fine. Questo è, a nostro avviso, il senso rivestito dalla coppia di termini “necessità funzionale” o “necessità ipotetica”.

Il nocciolo della tesi di Aristotele consiste nell’affermare che i processi vitali si autoregolano in virtù di una struttura immanente ad essi. Il tipo di movimento invocato dalla dottrina aristotelica è simile al moto delle molecole del DNA. Esso ha un ruolo attivo, selettivo e informativo: è attivo in quanto, pur rimanendo un moto necessitato dalla natura materiale degli elementi, è ciononostante finalizzato; è selettivo in quanto, data una natura materiale, il movimento determina una realizzazione non casuale e distintiva; infine è informativo in quanto il moto determina un modello complesso di distribuzione e organizzazione della materia in vista di un fine.

 Un buon esempio dell’influenza aristotelica sui successivi progressi della biologia è chiaro nell’ambito dell’embriologia  e della genetica. In questi domini lo Stagirita prende apertamente posizione contro la cosiddetta teoria “pangenetica” di Democrito, secondo la quale l’uomo è preformato nell’embrione.

Al contrario, Aristotele anticipa i risultati portati alla luce da Ernst Haeckel nella sua famosa legge biogenetica, secondo la quale l’ontogenesi è ricapitolazione della filogenesi. Più esattamente, l’idea dello Stagiritra ricorda la legge formulata da Karl Ernst von Baer, che venne formulata nel 1828, secondo la quale l’embrione sviluppa dapprima i caratteri più generali e solo in seguito i caratteri specifici. Aristotele combinò la sua teoria embriologica con una speculativa, ma ingegnosa, teoria dell’ereditarietà. Secondo questa teoria, il seme maschile si origina dal sangue, che è l’elemento di cui l’intero corpo è costituito e che possiede tutti i tratti genetici che sono necessari alla trasmissione delle informazioni in forma codificata. Questi dati vengono materializzati sotto forma di movimenti ondulatori e vengono trasmessi al sangue mestruale femminile, il quale viene considerato la controparte del seme maschile; essi, infine, vengono attualizzati per mezzo di una reazione a catena.

Con l’avvento della moderna teoria della biologia molecolare divenne possibile apprezzare il modello aristotelico in una forma appropriata, in particolare dal 1953, anno in cui J. D. Watson e F. H. Crick svilupparono il loro modello della doppia elica, il quale ci ha permesso di comprendere il meccanismo e la struttura del DNA e la funzione del codice genetico. Aristotele e la moderna biologia molecolare condividono la tesi secondo cui tutti gli aspetti genetici sono presenti nell’intero corpo, nel sangue e nei geni, e vengono trasmessi all’embrione in forma di codice.

 









Barbara Botter è Dottore di Ricerca in Filosofia Antica in Italia e Francia ed è attualmente professore di Storia della Filosofia Antica presso la Pontificia Universidade Catolica de Rio de Janeiro. I suoi interessi spaziano dalla teologia aristotelica al problema delle cause e della relazione tra necessità e fine nei trattati zoologici di Aristotele.